Pesca all’agguato

Caratteristiche

La pesca all’agguato è una delle tecniche più affascinanti e impegnative della pesca subacquea in apnea. A differenza della pesca all’aspetto, dove il sub attende immobile sul fondo che la preda si avvicini per curiosità, nella pesca all’agguato è il cacciatore che si muove attivamente verso il pesce, avvicinandolo con estrema cautela fino a portarsi a distanza di tiro. È una tecnica che richiede grande esperienza, ottima acquaticità e una profonda conoscenza del comportamento delle diverse specie ittiche, oltre a una notevole capacità di mimetizzarsi con l’ambiente circostante.

La pesca all’agguato nasce dalla necessità di adattarsi a situazioni in cui le altre tecniche classiche risultano poco efficaci: fondali bassi e sabbiosi dove non ci sono tane da esplorare, acque relativamente limpide dove i pesci ci vedrebbero arrivare da lontano, oppure prede particolarmente diffidenti che non si lasciano incuriosire da un sub immobile sul fondo. Proprio per questa sua versatilità, l’agguato è una tecnica che ben si adatta a molteplici ambienti: dalle distese di posidonia alle scogliere basse, dalle secche sabbiose ai fondali misti di sabbia e roccia, fino alle zone portuali e alle dighe frangiflutti.

Le prede tipiche della pesca all’agguato sono numerose e variabili a seconda dell’ambiente. Sui fondali bassi i Cefali e le Salpe rappresentano i bersagli più frequenti; lungo le scogliere degradanti è possibile insidiare Saraghi, Orate e Spigole; sulle praterie di posidonia si possono incontrare branchi di Salpe e qualche Orata di buona taglia. Quando le condizioni sono favorevoli, anche prede più nobili come il Dentice e la Ricciola possono essere avvicinate con questa tecnica, a patto di possedere la giusta dose di pazienza e di abilità. La pesca all’agguato è inoltre particolarmente indicata per chi si immerge dalla costa, poiché consente di sfruttare anche quei tratti di fondale che con le altre tecniche verrebbero semplicemente attraversati senza essere pescati.

Ciò che rende l’agguato così entusiasmante è il duello a distanza ravvicinata tra il cacciatore e la preda: ogni metro guadagnato strisciando sul fondo è una piccola vittoria, ogni movimento sbagliato può vanificare minuti di paziente avvicinamento. È una tecnica che insegna l’umiltà e il rispetto per le capacità sensoriali dei pesci, che dispongono di una linea laterale in grado di percepire le vibrazioni dell’acqua con una sensibilità straordinaria.

Attrezzatura

Nella pesca all’agguato l’attrezzatura riveste un ruolo di primaria importanza, perché ogni dettaglio può fare la differenza tra un avvicinamento riuscito e una preda che fugge spaventata. La muta deve essere rigorosamente mimetica, con colorazioni e pattern che si fondano con il fondale su cui si intende operare: tonalità verdi e marroni per le praterie di posidonia, grigie e azzurre per i fondali sabbiosi, scure e irregolari per le scogliere. La muta mimetica non è un capriccio estetico, ma uno strumento fondamentale che consente di ridurre sensibilmente la distanza di fuga dei pesci. Anche i guanti e i calzari devono essere dello stesso colore della muta, poiché le mani e i piedi sono le parti del corpo che più si muovono durante l’avvicinamento e quindi le più visibili.

La maschera deve avere un profilo basso e un volume interno ridotto per non creare riflessi e per consentire una buona compensazione con il minimo consumo d’aria. È preferibile scegliere modelli con lenti scure o specchiate, che impediscano al pesce di percepire lo sguardo del cacciatore. Molti pesci, infatti, reagiscono istintivamente alla vista degli occhi di un potenziale predatore e una maschera con lenti trasparenti può tradirci nei momenti cruciali dell’avvicinamento. Il respiratore deve essere del tipo a basso profilo, possibilmente di colore mimetico, e deve consentire una rapida espulsione dell’acqua al ritorno in superficie.

Le pinne devono essere morbide e silenziose: nella pesca all’agguato la pinneggiata è lenta e controllata, e una pinna troppo rigida produrrebbe turbolenze eccessive che verrebbero percepite dalla preda attraverso la linea laterale. Sono consigliate pinne in tecnopolimero o in gomma morbida, di lunghezza media, che garantiscano una buona manovrabilità anche in spazi ristretti. La cintura di zavorra deve essere ben regolata per consentire un assetto leggermente negativo sul fondo, in modo da poter strisciare senza dover pinneggiare continuamente per mantenersi aderenti al substrato.

Il fucile ideale per la pesca all’agguato è di lunghezza media, tra i 75 e i 90 centimetri, preferibilmente un arbalete con doppi elastici. Deve essere abbastanza potente da garantire un tiro efficace dai due ai tre metri di distanza, ma anche sufficientemente maneggevole da poter essere puntato con rapidità in spazi limitati. La canna del fucile deve essere di colore opaco e mimetico: una canna lucida che riflette la luce è un segnale d’allarme per qualsiasi pesce. La freccia va armata di fiocina a tre o cinque punte per le prede di taglia media come Cefali e Salpe, mentre per le prede più grosse e coriacee è preferibile l’arpione con alette. Il mulinello non è strettamente necessario nella pesca all’agguato su fondali bassi, ma è consigliabile averlo montato nel caso si presenti l’occasione di un tiro a un pesce di taglia superiore alle aspettative.

Azione di pesca

La pesca all’agguato si articola in tre fasi fondamentali: l’individuazione della preda, l’avvicinamento e il tiro. Ciascuna di queste fasi richiede concentrazione, esperienza e una buona dose di freddezza.

La prima fase avviene dalla superficie: il sub nuota lentamente scrutando il fondo alla ricerca di prede o di segnali che ne indichino la presenza. Un branco di Cefali che pascola su un fondale sabbioso, un gruppo di Salpe che bruca le alghe su uno scoglio, una Spigola che pattuglia il margine di una secca: sono tutti scenari che possono essere letti dall’alto e che consentono al cacciatore di pianificare il suo avvicinamento. In questa fase è fondamentale non farsi notare: nuotare in superficie con movimenti ampi e rumorosi è il modo migliore per mettere in allarme qualsiasi pesce nel raggio di decine di metri. Meglio procedere con pinneggiata lenta, braccia lungo i fianchi e respirazione silenziosa.

Una volta individuata la preda, inizia la fase dell’avvicinamento vero e proprio. Il sub si immerge a distanza di sicurezza dal pesce, almeno una quindicina di metri, e raggiunge il fondo con una capriola morbida e silenziosa, evitando di produrre bollicine superflue. Appena toccato il fondo, il cacciatore assume una posizione distesa, con il ventre aderente al substrato e il fucile proteso in avanti. Da questo momento ogni movimento deve essere calcolato e misurato: si avanza strisciando con l’aiuto delle pinne, che si muovono con movimenti lenti, brevi e ritmici, e talvolta con l’ausilio della mano libera che afferra appigli sul fondo per trascinarsi in avanti.

La direzione dell’avvicinamento è cruciale. Non bisogna mai puntare direttamente verso la preda, ma seguire una traiettoria obliqua o addirittura circolare, sfruttando ogni riparo offerto dal fondale: un masso, un ciuffo di posidonia, una depressione nella sabbia, una cresta rocciosa. L’ideale è approcciare la preda tenendo il sole alle spalle, in modo che il pesce sia abbagliato e faccia più fatica a distinguere la sagoma del cacciatore. Se l’acqua è leggermente torbida, tanto meglio: la visibilità ridotta diventa un’alleata preziosa.

Durante l’avvicinamento è essenziale osservare il comportamento della preda. Un pesce che continua a pascolare tranquillamente non ci ha notato e possiamo proseguire; un pesce che alza la testa, irrigidisce le pinne o cambia leggermente direzione ci ha individuato e sta valutando se fuggire o restare. In questo caso bisogna fermarsi immediatamente e rimanere assolutamente immobili, anche per diversi secondi, fino a quando il pesce non si tranquillizza e riprende la sua attività. A volte può essere utile distogliere lo sguardo dalla preda e fingere disinteresse, poiché molte specie percepiscono lo sguardo fisso come un segnale di minaccia.

Quando la distanza dalla preda si è ridotta a due o tre metri, è il momento di prepararsi al tiro. Il fucile viene sollevato millimetricamente, puntandolo verso il bersaglio con un movimento lentissimo e continuo. Il tiro deve essere deciso e preciso: si mira appena dietro la testa, nella zona delle branchie, dove il tessuto è più molle e la freccia penetra più facilmente. Subito dopo lo sparo, una pinnata vigorosa ci porta sulla preda per afferrarla prima che possa sfilarsi dall’arpione o rifugiarsi in qualche anfratto.

Con i Cefali, prede tipiche dell’agguato, l’avvicinamento avviene spesso in bassissimo fondale, tra gli scogli ricoperti di alghe dove questi pesci si recano a brucare. Il segreto è confondersi con gli scogli: restare immobili per qualche istante, poi avanzare di qualche centimetro quando i pesci hanno la testa rivolta verso il fondo, e fermarsi quando rialzano lo sguardo. Con le Salpe il meccanismo è simile, ma bisogna fare i conti con il fatto che si muovono in branco e che quindi ci sono molti più occhi a controllarci. La Spigola invece è una preda solitaria e diffidentissima: avvicinarla all’agguato richiede un’abilità superiore e spesso la combinazione di agguato e aspetto risulta la strategia più efficace.

Particolare attenzione va posta anche alla fase che segue il tiro. Se la preda è stata colpita bene, il recupero è rapido; se invece il pesce è stato solo ferito e riesce a liberarsi, è inutile e pericoloso lanciarsi all’inseguimento prolungando un’apnea già al limite. Meglio risalire con calma, riprendere fiato e cercare nuove opportunità. Nella pesca all’agguato, come in tutta la pesca subacquea, la sicurezza personale deve sempre venire prima di qualsiasi carniere: nessun pesce, per quanto grosso e ambito, vale il rischio della propria incolumità.