Tesniche di Pesca Sub

PESCA IN TANA/2

Leggi la prima parte

(..Segue) Azione di Pesca:

Un sub in esplorazione di una tana interessante.

Una tana non va mai guardata di sfuggita, dopo esserci affacciato appena, ma va passata al microscopio con enorme attenzione. L'oscurità è una coltre nera che protegge il pesce, ma presto si dissolve, magari aiutandosi con una luce amica, perché dopo qualche istante l'occhio si abitua alla penombra e coglie particolari che altrimenti sarebbero passati inosservati. L'esplorazione di un antro subacqueo, grande o piccolo che sia, è, del resto, il risultato di una tecnica specifica. Bisogna procedere per gradi, innanzitutto la maschera si deve affacciare all'ingresso di una grotta assieme al fucile, in maniera tale da permettere di vedere all'interno e contemporaneamente di sparare se se ne presentasse l'occasione. La perlustrazione iniziale, deve essere rapida, ma precisa: guardate anche di lato e in alto e nel fondo della tana per scorgere eventuali movimenti o profili strani che possano indicare la presenza di uno scorfano o di altre prede che cercano di mimetizzarsi. Se la tana lo permette, cominciate ad avanzare, badando di tenere il bacino ben schiacciato contro il fondo. Se cosi non fosse, il sedere tenderebbe a galleggiare e romperebbe l'assetto, impedendovi i movimenti, e obbligandovi a sforzi notevoli per tornare in posizione, facendo diminuire il tempo dell'apnea e contribuirete ad intorbidire l'acqua ancora di più e a permettere a un'eventuale preda di guadagnare ripari più sicuri e più tranquilli.

Una Cernia arpionata in una grotta

Man mano che entrate, in presenza di tane abbastanza profonde, badate a non perdere il contatto con l'entrata; contatto che deve essere tenuto con le gambe e con i piedi: nel caso che doveste rinculare velocemente, trovereste in questo modo l'uscita senza dovervi neppure voltare. E se la grotta dovesse essere tanto ampia da costringervi ad abbandonare il contatto con l'ingresso, prima di entrare completamente assicuratevi che non ci siano altre aperture che, una volta dentro, possano trarvi in inganno. Controluce, tutte le fessure sembrano grandi abbastanza da lasciarvi passare, mentre non è così. Ad agire in maniera troppo tempestiva, potrebbe succedervi di trovarvi in gabbia. Riflettete sempre e non rischiate mai, non ne vale la pena. Sott'acqua, specialmente se si è chiusi tra quattro pareti di roccia, il panico può arrivarvi addosso d'improvviso, spingervi a gesti inconsulti, farvi consumare più ossigeno dei previsto e farvi fare la fine dei topo. Non dimenticatelo. Se la caverna da esplorare è ampia ed ha altre aperture, oltre a quella a cui vi siete affacciati, occorre prendere adeguate precauzioni, non fidatevi del vostro senso di orientamento.
E quando dovete uscire, anche se lo spazio ve lo permetto non giratevi, ma rinculato sempre strisciando, come siete entrati, e sempre badando e tenere il bacino incollato al fondo. Appena vi siete resi conto di essere tornati in acqua libera, non alzatevi come forsennati, ma agite ancora con calma prima di cominciare la risalita, quasi sempre, l'imboccatura di una tana è riparata da una tettoia di roccia che, se non vista, potrebbe farvi prendere terribili capocciate. Tanto più che l'istante che precede la risalita va sfruttato per dare un'occhiata panoramica sul fondo. E la posizione migliore per individuare altro tane interessanti che esplorerete durante le immersioni successive. Il fondale condiziona in maniera determinante la tecnica di pesca. Dal tipo di fondale che bisogna perlustrare si puo' intuire quali possono essere le prede che incontreremo. Una parete rocciosa che a grandi balzi precipita verso l'abisso ci può suggerire la presenza di Cernie, di Corvine, di grossi Saraghi, di Gronghi e di Motelle, per non parlare di Tordi, di Orate, di Dentici e di Murene. L'attenzione deve essere allora rivolta verso gli strati più bassi della scogliera e dato che ogni immersione è impegnativa, a causa della profondità degna di nota, non bisogna precipitarsi giù ogni volta che si vede l'ingresso di una caverna. Meglio tergiversare e osservare la scena dall'alto.

L'immersione attenta ha fruttato una bella cattura

Ci immergeremo solo quando saremo convinti. Il ritmo delle immersioni sarà più rado, in maniera da permettere all'organismo di ripristinare i valori normali delle pressioni parziali dell'ossigeno e dell'anidride carbonica. Nelle puntate in profondità, il pallone può essere d'impaccio, perché rallenta la discesa, e il sagolone a cui esso è assicurato può impigliarsi nelle asperità della roccia. In questi casi, è meglio affidare la propria sicurezza al giubbotto autogonflabile e ancorare il pallone al fondo, a una distanza non superiore ai cinquanta metri dal luogo dove si effettua l'immersione. Vista la celerità con cui chi guida le barche evita il pallone segna sub è meglio accorciare questa distanza a non più di 20 metri per non correre il rischio di vedersi sfiorare da un'elica assassina. Se il fondale è roccioso ma degradante, con massi piccoli accavallati l'uno sull'altro la presenza di prede corpulente sarà meno probabile. I pesci che incontreremo saranno principalmente Saraghi, Salpe, Cefali, Orate, Spigole, Tordi, Triglie e solo negli strati più bassi Corvine e piccole Cernie. La relativa profondità dei luogo permettere immersioni più frequenti e più rapide. La visuale dall'alto sarà migliore, perché il fondo sarà più vicino alla superficie e ben illuminato. Inutile soffermarsi troppo e studiare le ombre, meglio nuotare velocemente in superficie ed esplorare le tane che mostrano segni di vita. Un anfratto da cui escono piccoli Saraghi può nascondere Saraghi più grandi e quindi merita una visita, un anfratto senza via vai di pescetti è poco probabile che sia abitato e di conseguenza puo' essere trascurato. Il tempo guadagnato può portarci in vista di una tana più sicura e ripagarci di un eventuale pesce non visto. Ognuno poi si regolerà conseguentemente alla propria esperienza e alle proprie aspirazioni. Il cacciatore esperto procederà spedito e sicuro di sé per fermarsi soltanto in quei casi che riterrà necessari. Sarebbe, dei resto, matematicamente impossibile esplorare tutti gli spechi e tutte le spaccature di una scogliera; perciò, tra le tante a disposizione, bisogna per forza fare una selezione e questa selezione dipende essenzialmente dall'istinto e dall'esperienza del cacciatore.

Dopo un'estenuante lavoro la preda è in acqua libera.

Un pesce in tana, dopo essere stato colpito dalla freccia, oppone una resistenza che non è solo frutto della sua forza, ma anche il risultato di varie componenti che dipendono essenzialmente dal fatto di essere in un luogo chiuso. La tana non è soltanto un riparo alla vista dei cacciatore, ma una vera e propria roccaforte, una trincea inespugnabile, l'estremo baluardo della salvezza. Quando la freccia morde le carni del pesce, martoriandolo, finisce l'effetto riparo della tana e comincia l'effetto difesa. Alla preda arpionata non importa più di nascondersi alla vista del suo carnefice, ma le importa di resistere il più possibile, sfruttando la sua conoscenza dei luogo e di conseguenza il maggior numero di appigli che si trova intorno. Ecco quindi che il pesce cerca di sfruttare gli attriti, si gonfia spalancando gli opercoli branchiali, rizza le spine delle pinne dorsali e ventrali, in modo da incastrarsi nella roccia che lo protegge. Nei casi più macroscopici, il pesce sembra fondersi con i sassi che gli stanno vicino e la resistenza alla trazione dei cacciatori è tale che sembra di dover spostare l'intera montagna! Può accadere d'essere impotente davanti ad una simile granitica reazione. Se la preda è di piccola dimensione ed ha poco peso corporeo può bastare un abile maneggio dell'asta, quel tanto che basta per guidare il malcapitato in una zona più ampia della grotta per fargli perdere la presa. Ma se il pesce è grosso, occorre impegnarsi in una vera e propria opera di demolizione. Tutti i colpi sono permessi. Ed è allora che il sub si tramuta di volta in volta in muratore. scavatore, minatore, eccetera, lasciando libero sfogo alla fantasia. Sovente occorre spostare un macigno, oppure bisogna scavare con il coltello sotto la pancia della preda per diminuire la pressione delle sue pinne dorsali contro la volta della caverna. In casi dei genere può persino essere conveniente cercare un'altra strada nella roccia che porti al pesce ferito, in modo da disorientarlo e costringerlo alla resa. Prima di tirare come ossessi, però, assicuratevi sempre che la freccia abbia trapassato la preda e che non rischi di lacerare la carne. Nel dubbio conficcategli nel corpo un'altra asta, legatela saldamente al fondo e andate in barca ad aspettare, o, al peggio, tornate sul luogo il mattino dopo. Il pescione avrà lottato tutta la notte per liberarsi dal ferro e al vostro ritorno potreste trovarlo addirittura allo scoperto, davanti alla tana, pronto per farsi raccogliere negli spasimi dell'agonia. Se pescate in gruppo, l'azione ravvicinata di più persone può accelerare il recupero. Pensate che ogni volta che mollate la presa per tornare a galla a respirare il pesce ha a disposizione alcuni minuti di tregua per riposarsi ed eventualmente per riguadagnare la posizione perduta. E cosi' il lavoro si allunga diventa titanico se non addirittura stressante. In due o in tre, i tempi cambiano, quando uno molla, interviene l'altro, poi l'altro ancora. E allora lo sforzo è continuo, il pesce non riesce più a riguadagnare le sue posizioni e centimetro dopo centimetro finirà con l'arrendersi.



FINE


Leggi la prima parte



© Pescare.Net 2000 - Riproduzione vietata