Pesca al Cefalo o Muggine

(di Max)


Tra le prede più comuni sulle coste italiane, il Cefalo è quello che maggiormente viene insidiato dai pescasportivi con diverse tecniche, più o meno sofisticate, che variano a seconda della morfologia del luogo di pesca e dell’ora del giorno in cui si pesca. Il Cefalo, più di altre prede, permette al pescasportivo di mettere in pratica tecniche selettive e se si pescano Cefali, difficilmente altre prede entreranno nel retino. Questo avviene perché il Cefalo ha un modo particolarissimo di mangiare l’esca e i gusti in fatto di alimentazione fanno spesso preferire l’impiego di esche che attraggono meno gli altri pinnuti. Per questa ragione, alcuni pescasportivi, si sono specializzati in questo tipo di pesca, arrivando a perfezionare al massimo le loro tecniche e raggiungendo risultati difficilmente eguagliabili, pescando “sventole” di qualche chilogrammo. Il Cefalo o Muggine popola tutte le coste italiane ed è il re delle acque portuali. Amante dell’acqua dolce, risale i corsi d’acqua per parecchi chilometri e popola facilmente anche i laghi salmastri in prossimità delle coste. Quindi trovarlo non è assolutamente un problema, anche se, al contrario, non è altrettanto facile catturarlo! Di solito, ad abboccare alle nostre esche sarà il Cefalo Dorato (Mugil auratus), soprattutto pescando dalle coste rocciose con qualche incursione di branchi di Cefalo Verzelata (Mugil saliens) che raggiunge dimensioni minori ma è molto più aggressivo e vitale e avere in canna un esemplare di Verzelata anche di appena 15 cm, ci farà divertire per la sua resistenza e per i suoi salti fuori dall’acqua che metteranno a dura prova l’attrezzatura!
Il Cefalo Dorato ha carni discrete, soprattutto se cucinato freschissimo, in quanto frequenta abitualmente acque fresche e scogliere sommerse. Raggiunge comunemente dimensioni sul chilogrammo di peso, con qualche “bestione” di due chilogrammi che di tanto in tanto allieta il cestino di chi ha avuto il suo giorno fortunato concomitante con il giorno dedicato alla pesca! Pescando nelle acque portuali, la preda più probabile sarà senz’altro il Cefalo Bosega (Mugil chelo), incontrastato abitatore di questi luoghi, in quanto è la specie meno sensibile all’acqua ferma ed è molto tollerante all’inquinamento marino e non è difficile trovarlo anche nei grandi porti commerciali, a far compagnia ai Ghiozzi e alle Bavose. In questi ambienti può raggiungere dimensioni ragguardevoli e si ha notizia di “mostri” di quasi 5 chilogrammi! In tutti i casi, lo ricordiamo per chi si volesse dedicare alla cattura del Cefalo, la misura minima prevista dalla legge è di 20 cm, quindi le prede allamate di misura inferiore devono essere rimesse in acqua.


Attrezzatura

Per la pesca al cefalo è necessario disporre di due tipi di attrezzature: una per la pesca in acque portuali e l’altra per la pesca dalle coste rocciose basse. In questo articolo, esamineremo le diverse tecniche che prevedono l’uso della bolognese e di canne da punta, tralasciando per ora altre tecniche come, ad esempio l’inglese, lo spinning in foce, ecc. e concentrandoci su questi sistemi più tradizionali ma, a mio parere, più fruttuosi.

Attrezzatura per la pesca in porto
Nelle acque quasi ferme del porto le tecniche con il galleggiante danno i migliori risultati e pertanto utilizzeremo preferibilmente canne da punta di diversa misura, partendo dai 3 mt fino ad arrivare ai “cannoni” da 8 mt. Addirittura qualcuno ha iniziato ad impiegare la “roubasienne”, in modo da poter svolgere l’azione di pesca ad una distanza ancora maggiore e poter contare sull’azione ammortizzante dell’elastico dell’attrezzo nel momento di salpare il pesce. Le canne in carbonio offrono quelle caratteristiche di leggerezza e di elasticità indispensabili con questa preda e l’oramai costo abbordabile, le rendono consigliabili anche ai non agonisti. E’ consigliabile dotare gli apicali delle canne di un particolare attacco della lenza, autocostruito, che renda più elastico e meno soggetto a rotture in questo punto critico dell’attrezzatura. Per costruirlo è necessario uno spezzone di dacron o di cordino di nylon (tipo quello utilizzato dai pescatori professionisti come trave dei palamiti) lungo 7/10 cm. Il diametro deve essere sufficiente per passare attraverso l’anellino metallico presente sull’apicale della canna. Quindi si faranno due nodi semplici alle due estremità in modo che il cordino non possa uscire dall’anellino metallico e legheremo la lenza madre in questo spazio tra i due nodi. Il vantaggio principale è quello di non vedere la lenza spezzarsi nella ferrata o peggio, quando stiamo lavorando il pesce, in quanto l’elasticità del cordino ammortizzerà buona parte degli strappi. Come monofili, utilizzeremo lenze di tipo super con diametro dallo Ø 0.10 allo Ø 0.25, scegliendo colorazioni neutre che siano il più possibile invisibili in acqua. Questo perché molte volte i pesci sono talmente sospettosi che nemmeno si avvicinano all’esca se solo si accorgono di qualcosa di strano e poter contare su un filo quasi invisibile ci potrà sicuramente far fare più catture.
L’argomento galleggiante è sicuramente il più complesso: la sua forma, il peso, il colore possono penalizzare anche pesantemente la nostra battuta di pesca ed averne una buona varietà ci permetterà di poterlo sostituire con facilità alla ricerca del tipo migliore in quel particolare momento. Sono comunque da preferire tipi in balsa, a fuso, a pera, a palla, a uovo e a quant’altro le case costruttrici riescono a concepire! Come grammature, esse partiranno dallo 0.5 gr fino agli 8/9, per i casi in cui le acque sono in movimento o in presenza di vento sostenuto. Sono preferibili quelli con aste fluorescenti e non molto sottili, in modo che siano ben visibili anche a distanza. Per tarare i galleggianti useremo pallini/olivette spaccati assortiti, oppure tourpilles di peso adatto. Nello spazio dedicato alle tecniche specifiche vedremo come è meglio piombare la lenza.
Per gli ami, ricorreremo a modelli dritti, a gambo normale, cromati o smaltati in blu o nero, dal n. 18 al n. 8. Essi saranno impiegati diversamente, in base all’esca utilizzata e alla stazza delle prede.
Completano l’attrezzatura un guadino a bocca larga, telescopico, una nassa per mantenere vivo il pescato, una vaschetta per la pastura e gli altri accessori tipici del pescasportivo.

Attrezzatura per la pesca dalle coste rocciose
Per la pesca dalle coste rocciose basse, utilizzeremo un’attrezzatura un po’ diversa: le canne da punta utilizzabili si riducono a quelle dai 6 agli 8 mt, mentre è utilissima una bolognese sui 4/5 mt, sempre ad azione spiccatamente di punta, abbinata ad un mulinello bilanciato, con una buona frizione micrometrica capace di tenere testa anche a prede importanti. Esso sarà caricato in bobina con un buon monofilo super dello Ø 0.20. Alla fine della lenza madre monteremo una girella con moschettone brunita della misura più piccola che riusciamo a trovare (ad es. del n. 18/20), a cui verrà legato il finale. Oltre ai galleggianti già visti, in questo ambiente possono tornare utili anche modelli in sughero a palla o a pera, anche da 10/15 gr e alcuni modelli piombati utili per la pesca a galla. Gli ami da utilizzare rimangono gli stessi della pesca in porto, limitatamente alle misure dal n. 12 al n. 8 perché, utilizzando misure più piccole significherebbe portare su tanta di quella minutaglia da toglierci la voglia di pescare! Anche dalle coste rocciose torna utile un guadino ed una fionda da bigattini che può facilitare l’azione di brumeggio.


Le esche

Il Cefalo si nutre principalmente di alghe, piccoli vermi e crostacei che mangia brucando sul fondo roccioso o sabbioso. Nelle acque portuali invece, mangia di tutto: pesci morti, pane, materiale organico in decomposizione che, dispiace dirlo, fa assumere alle sue carni un sapore disgustoso rendendole non commestibili. I pescasportivi insidiano il Cefalo principalmente con due esche: la pasta di pane più o meno aromatizzata e la polpa di sarda. In alcune regioni vengono impiegate con successo (almeno così dicono), altre esche come la tremolina e l’arenicola e, udite udite, la polpa del mitilo (comunemente conosciuta col nome di cozza). Devo dire che dalle nostre parti (la Puglia), tutti i tentativi fatti con la tremolina ci hanno fatto prendere di tutto tranne che i Cefali e noi con le cozze tentiamo specie ben più blasonate (leggi Sarago e Orata). Innescare con la polpa di sarda può essere consigliabile a fine estate e in autunno, quando l’alta temperatura dell’acqua diffonde meglio gli oli odorosi della sarda che attraggono in maniera irresistibile il Cefalo. Di contro, la sua scarsa consistenza la rendono poco adatta con mare molto mosso o con branchi di minutaglia che ripulirebbero gli ami prima che sia raggiunta la profondità di pesca. È anche da consigliare nella pesca a galla, dato che con la sua leggerezza e odorosità lavora meglio anche del fiocchetto di pane. Per pescare con la polpa di sarda, dobbiamo procurarci delle sarde non molto piccole, freschissime. Per utilizzarla, dobbiamo sfilettare le sarde con un coltello bel affilato, in modo da ricavare due filetti di polpa, eliminando la parte rossa del ventre; poi incideremo nel senso della lunghezza il filetto e poi con tagli verticali, ricaveremo tanti cubetti di polpa di sarda per l’innesco degli ami. Ricordiamo di regolare la grandezza dei cubetti in modo che siano adeguati alla misura dell’amo scelto (di solito tra il 12 e il 18) cercando, nell’innesco, di non stringere troppo la polpa tra le dita per non schiacciarla e renderla meno consistente. Con gli scarti dell’operazione (testa, lisca, interiora), conviene pasturare, sminuzzando il tutto e buttandolo in acqua da solo oppure con del pane ammollato.
La pasta di pane è invece l’esca ideale per il Cefalo: può essere confezionata con poche lire, può avere diversa consistenza a seconda delle necessità e, vantaggio non indifferente, ha uno spiccato potere attirante che a volte ci evita anche di dover pasturare. Inoltre, può essere aromatizzata a piacere con diversi componenti aggiuntivi come il formaggio, la pasta di acciughe oppure sfarinati vari. Conviene preparla al momento, con pane da tramezzini, pancarré oppure con panini all’olio privati della scorza. Poi si immerge il pane in acqua di mare per qualche secondo e si strizza, prima con le mani e poi stringendo il pane con uno strofinaccio. In questa fase bisogna fare attenzione a non stringere eccessivamente perchè se il pane è troppo asciutto, avremo una pasta troppo consistente e quando sarà in acqua non formerà una nuvola bianca odorosa che così tanto piace al Cefalo. Se, al contrario, stringiamo poco, avremo una pasta troppo morbida che non terrà a sufficienza sull’amo e i Cefali la mangeranno senza che il galleggiante si sia mosso di un millimetro. La consistenza giusta della pasta sta nel mezzo: non troppo morbida, non troppo dura. Va da sé che con acque particolarmente mosse è meglio avere una pasta leggermente più dura, in modo da resistere meglio sull’amo. Conviene cominciare a pescare con la pasta semplice e aromatizzarla in un secondo tempo, se i Cefali non si fanno sentire. Impiegando la pasta, possiamo utilizzare piccole palline della stessa anche come pastura per attirare i pesci a tiro di canna, lasciando ai residui dell’innesco e alla nuvola lasciata dalla pasta il compito di mantenerli radunati davanti a noi. Eviteremo così di attirare troppa minutaglia con pasturazioni eccessive che complicano sempre la vita del pescatore di Cefali.

Vediamo alcune preparazioni di paste da esca indicate per la pesca al Cefalo, ricordandovi che esistono anche prodotti molto validi già pronti per chi è meno pratico o per chi vuole avere già tutto pronto. A nostro parere comunque, c’è più soddisfazione a pescare con qualcosa fatto con le proprie mani!

Pasta Semplice
Ingredienti: 4 panini all’olio, acqua di mare
Preparazione: Togliamo tutta la mollica dai panini e riuniamola in una ciotolina. Bagnamo leggermente la mollica con acqua di mare ed amalgamiamola. Aggiungiamo poco a poco altra acqua ed impastiamo quanto basta ad avere una pasta morbida ma comunque di una certa consistenza. Essa va innescata a piccole perette sugli ami.

Pasta Carrè
Ingredienti: 1 pacco di pancarré, 1 tubetto di pasta da acciughe, acqua di mare
Preparazione: Per prima cosa va eliminata la scorza del pane, tagliandola via con un coltello ben affilato. Si ottengono così tante fette di pane di sola mollica che, a gruppi di 5/6, vengono immerse in acqua di mare, per circa 5 secondi. Si strizzano per bene con entrambe le mani e si lavorano bene, amalgamando e impastando fino ad ottenere una pallina di pasta morbida omogenea.
Eseguire l’operazione con le fette restanti del pane. Avremo ottenuto così 4 o 5 palline di pasta che potranno essere arricchite con la pasta di acciughe oppure impiegate così come sono. Per l’innesco, si stacca dalla massa un pezzetto di pasta e la si lavora con le dita, fino a formare una pallina che viene infilata sull’amo e lavorata ancora, fino a formare una piccola peretta che nasconda completamente l’amo.

Pasta “Ricca”
Ingredienti: 1 pacco di pancarré, 200 gr. di pecorino grattuggiato, 2 formaggini, 10 gr. di olio di conserva di acciughe
Preparazione: Per prima cosa va eliminata la scorza del pane, tagliandola via con un coltello ben affilato. Si ottengono così tante fette di pane di sola mollica che, a gruppi di 5/6, vengono immerse in acqua di mare, per circa 5 secondi. Si strizzano per bene con entrambe le mani e si lavorano bene, amalgamando e impastando fino ad ottenere una pallina di pasta morbida omogenea.
In una ciotola separata mettiamo il formaggio grattuggiato, i formaggini e l’olio. Amalgamiamo per bene i componenti fino ad ottenere una pasta morbida e omogenea. Uniamo a piccoli pezzi le due paste, lavorando bene la pasta ottenuta per amalgamare i componenti.
Questa pasta va bene sia per il porto che per le coste rocciose, dove può far fruttare anche belle catture di Occhiate e Salpe e va innescata a piccole perette sugli ami.


La pastura

Nella pesca al Cefalo, come del resto in altre tecniche, la pastura e le tecniche di pasturazione assumo un’importanza fondamentale. Diciamo subito che in determinate situazioni può essere più conveniente non pasturare o adottare una tecnica che prevede uno scarso uso di pastura. Questa soluzione deve essere adottata quando ci troviamo in presenza di esagerate quantità di minutaglia che, eccitate ancor di più dalla pastura, ripulirebbero gli ami prima che raggiungano la profondità di pesca e, nelle coste rocciose, quando ci troviamo di fronte a forti correnti di uscita verso il largo che spingerebbero la nuvola di pastura verso questa direzione e con essa, le prede. In tutte le altre situazioni, alla pastura è affidato il compito di richiamare i pesci a tiro di canna, portarli in mangianza e tenerli radunati sotto il galleggiante. Molte volte questa operazione non riesce bene e non sapremo mai da quale fattore è dipeso l’insuccesso. Come in tutte le cose della pesca, non esiste una regola fissa o un metodo infallibile e questo vale anche per la pastura e per la pasturazione. Quello che diremo in queste righe si basa sulla nostra esperienza ed è valido per le nostre zone di pesca. Nelle altre zone devono essere verificate ed adattate alle condizioni proprie del luogo di pesca e alle abitudini alimentari delle prede. Questa regola, se vogliamo abbastanza generalizzata nella pesca, trova maggior applicazione nella pesca al Cefalo in porto, dove le prede sono praticamente stanziali e, di conseguenza, agiscono per abitudine. Questa situazione influisce su molti fattori, quali le ore migliori per la pesca, il tipo di esca e il tipo di pastura. Dalle coste rocciose invece, ci troviamo di fronte a prede più girovaghe e meno abitudinarie, con cui è possibile utilizzare tecniche più varie ma, comunque, basate sul principio che il Cefalo è un pesce diffidente e smaliziato ed ha bisogno di essere eccitato per abboccare costantemente alle nostre esche. La pastura classica per il Cefalo è costituita da pane o sfarinati diversi, con l’aggiunta di un elemento attirante come la sarda fresca macinata o la pasta di acciughe per le acque portuali. Sulle coste rocciose è largamente impiegato anche il formaggio. Qui in Puglia, sia per preparare la pasta da esca che la pastura, viene impiegato un tipo particolare di formaggio cremoso, chiamato “ricotta forte” che ha un caratteristico odore penetrante ed un sapore molto forte gradito ai Cefali delle nostre parti. Si possono comunque utilizzare anche le pasture già pronte, sia umide che secche.
Quelle umide, commercializzate in secchielli ermetici, sono costituite essenzialmente di sarde ed altri pesci di scarto macinate e messe in salamoia e presentano una consistenza cremosa, adatta ad essere lanciata in acqua con un mestolo o un cucchiaio. Queste pasture possono essere impiegate così come sono oppure come aggiunta ad altre preparazioni; un metodo di utilizzo valido è quello di annacquare ancora di più il preparato e lanciarlo in acqua quasi allo stato liquido. Questo accorgimento fa in modo che non ci sia nutrimento solido in acqua ma solo una nuvola odorosa che eccita molto il pesce e lo induce ad abboccare con più convinzione. Una soluzione che può risolvere quelle situazioni di stanca che si verificano verso la fase conclusiva della battuta di pesca, quando le prede sono meno propense a continuare ad abboccare.
Le pasture secche, commercializzate in sacchetti di plastica, offrono una maggiore varietà e quindi infinite varianti e ricette. Di solito sono a base di sfarinati diversi, di solito farina di mais e di riso, con aggiunta di formaggio, farina di pesce, essenze naturali di gambero, sarda, ecc. Anche queste possono essere impiegate semplicemente bagnandole con acqua di mare, oppure miscelandole con altri componenti e aromi.
Vediamo alcune ricette sia per la pesca in porto che per le coste rocciose:

Porto “Classica” (dosi per 1 kg)
Ingredienti:
500 gr di pane raffermo, tostato e macinato
250 gr di sarde macinate, oppure 300 gr di preparato di sarde in salamoia
100 gr di farina di pesce
100 gr di sabbia fine
50 gr di sale fino
Preparazione: si mette il pane e la farina di pesce in un secchio e si aggiunge acqua di mare fino a consistenza pastosa, poi si aggiungono le sarde con una manciata di sale fino, oppure il preparato pronto di sarde. Misceliamo ben bene i componenti, aiutandoci magari con un po’ d’acqua di mare. Completiamo con la sabbia, aggiungendone un po’ alla volta e se necessario, bagniamo con altra acqua di mare, fino ad avere una consistenza tale che mantenga la forma senza sfaldarsi.
Impiego: è la classica pastura da acque portuali, specialmente quelle più interne e profonde, indicata quando si pesca a fondo. Diminuendo la quantità di sabbia o eliminandola del tutto, si avrà una pastura adatta per la pesca a mezz’acqua e in superficie. Si consiglia di prepararla al momento e di lanciare subito 2 o 3 palle di pastura grosse come una palla da tennis e successivamente continuare la pasturazione con palline più o meno grosse a seconda della voracità delle prede.

Porto “Evoluta” (dosi per 1 kg)
Ingredienti:
250 gr di pane raffermo tostato e macinato
250 gr di pancarrè fresco sfaldato in acqua
200 gr di sarde fresche macinate
100 gr di sale fino
150 gr di pastura pronta concentrata al gusto di formaggio
50 gr di olio di oliva di conserva di tonno o alici
½ dado per brodo vegetale, sciolto in poca acqua tiepida, oppure 5 gr di glutammato da cucina.
Preparazione: sfaldiamo per bene il pancarrè in poca acqua di mare. In un altro recipiente mettiamo il pane macinato e la pastura pronta. Aggiungiamo a poco a poco il pancarrè e l’acqua in cui lo abbiamo sciolto; amalgamiamo per bene, aggiungendo eventualmente poca acqua di mare. Aggiungiamo insieme le sarde fresche e il sale fino, l’olio e il dado o il glutammato. Amalgamiamo ben bene il tutto, fino a completa omogeneizzazione di tutti i componenti. Se la pastura fosse troppo morbida, aggiungiamo eventualmente altra pastura pronta, fino a che mantenga la forma.
Impiego: è una pastura adatta alle acque più chiare delle zone portuali, per la pesca a mezz’acqua o in vicinanza del fondo su fondali modesti. Questa pastura esprime il meglio di sé in estate e in autunno, con le acque più calde. Oltre che i Cefali, questa pastura può portarci a tiro di canna anche Boghe ed Occhiate, consentendo catture più variegate. Prima di iniziare l’azione di pesca lanciamo in acqua 2 o 3 palline di preparato, continuando la pasturazione con palline più piccole ad ogni innesco.

Scogliera “Classica” (dosi per 1 Kg)
Ingredienti:
500 gr di pane raffermo ammollato
300 gr di sarde fresche macinate
100 gr di sale fino
100 gr di formaggio pecorino grattugiato
Preparazione: mettiamo il pane raffermo in acqua dolce la sera prima. Quando siamo arrivati sulla scogliera, strizziamo per bene il pane e mettiamolo in un secchio. Aggiungiamo le sarde fresche e il sale fino, amalgamando bene i componenti. Infine aggiungiamo il formaggio. Se la pastura si presentasse eccessivamente morbida, aggiungiamo poco alla volta del pane raffermo tostato e macinato, oppure della crusca, semolino o altri sfarinati assorbenti.
Impiego: adatta ad attirare sia i Cefali che altre specie come Occhiate, Boghe e Saraghi. Con questa pastura pescheremo a mezz’acqua o appena sotto la superficie. Appena pronta, gettiamo in acqua 3 o 4 palline di pastura grosse come un’arancia, continuando a pasturare con palline più piccole. E’ importante lanciare la pastura alla distanza giusta e a monte della corrente, in modo che il galleggiante ci peschi in mezzo.

Scogliera “Evoluta” (dosi per 1 Kg)
Ingredienti:
500 gr di pastura pronta concentrata gusto sarda
150 gr di formaggio pecorino grattugiato
150 gr di farina di pesce
100 gr di pasta di acciughe in tubetto
50 gr di sale fino
50 gr di olio di sardine oppure olio di conserva di alici
Preparazione: mettiamo la pastura pronta in un secchio, aggiungiamo il formaggio e la farina di pesce. Amalgamiamo i componenti asciutti e iniziamo a bagnarli con acqua di mare. Aggiungiamo a questo punto la pasta di acciughe, il sale fino e l’olio, riprendendo ad amalgamare il tutto, aggiungendo eventualmente altra acqua di mare.
Impiego: una volta preparata, lanceremo 3 o 4 palle di pastura grandi come una palla da tennis, continuando a pasturare con palline più piccole. Questa pastura è adatta alla pesca a mezz’acqua e ci porterà a tiro di canna oltre ai Cefali, Occhiate e Saraghi. Badiamo sempre a lanciare la pastura alla distanza giusta e a monte della corrente, per fare sempre in modo che le esche stiano nel mezzo della nuvola di brumeggio.

Le montature
Nella pesca al Cefalo, utilizzeremo montature diverse a seconda delle diverse condizioni di pesca, con alcune costanti generali che hanno valore per tutte le montature. Queste riguardano essenzialmente i monofili da impiegare e gli ami. Per i monofili va precisato che raramente vengono impiegati diametri superiori allo Ø 0.20, perchè il Cefalo è forse tra le prede più sospettose e diffidenti presenti in mare e per fare qualche cattura decente è indispensabile mantenersi su diametri sottili. Per gli ami, utilizzeremo esclusivamente quelli dritti, affilati chimicamente, della misura adeguata più all’esca utilizzata che alla dimensione delle prede. Questa scelta è necessaria perchè il Cefalo difficilmente ingoia l’esca ma preferisce succhiarla tra le labbra, oppure, prima si striscia con il corpo sull’esca che, sfaldandosi, viene poi “aspirata” dal cefalo. Quindi gli ami storti o a punta rientrante fallirebbero il più delle volte il bersaglio che invece deve essere agganciato al labbro superiore, calloso e duro del Cefalo, il più profondamente possibile. Per la caratteristica di sfregare l’esca che il Cefalo ha, molte prede saranno allamate in posti diversi dal labbro, come l’opercolo, l’occhio o altre parti del corpo. In questo caso l’amo si aggancia appena sottopelle e la slamatura è facile, soprattutto se non si è accorti nel recupero.
Sulla base di queste considerazioni, vediamo le montature più adeguate alla cattura del Cefalo nei porti.

Montature per canna fissa

Acque chiare, senza vento: La lenza madre sarà costituita da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.16 lungo mezzo metro meno della lunghezza totale della canna. Alla lenza madre sarà infilato il galleggiante di peso variabile da 0.5 a 1.5 gr. La forma del galleggiante deve essere a fuso, oppure a goccia (vedi schema). La lenza madre terminerà con una piccola asola a cui legheremo poi il finale. Questo è costituito da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.10/0.12 lungo circa un metro. Piegando in due questo spezzone, cercheremo di ottenere due braccioli di misura diversa, diciamo uno di circa 30 cm e l’altro di 60 cm facendo in questo punto una piccola asola che infileremo nell’asola della lenza madre. Facciamo passare adesso i due braccioli nella loro asola, bagniamo con la saliva e tiriamo fino a far chiudere la seconda asola sulla prima. A questo punto possiamo legare gli ami. Essi saranno di misura variabile a seconda dell’esca impiegata. In questo caso:

– Polpa di sarda: primo amo n. 14 gambo dritto, lunghezza normale, a curva larga mentre il secondo sarà un n. 12 con le stesse caratteristiche
– Pasta: primo amo n. 12 gambo dritto, lunghezza normale o a gambo corto, a curva stretta mentre il secondo sarà un n. 10 con le stesse caratteristiche

Ora possiamo equilibrare il galleggiante, utilizzando pallini spaccati del 6 (0.12 gr.) distanziati di circa 10 cm e partendo dall’asola della lenza madre. Pescando con la pasta, dovremo lasciare il galleggiante più leggero, per compensare il peso dell’esca. La taratura sarà fatta montando prima due pallini, innescando gli ami e rifinendo con altri pallini, in modo che dalla superficie esca solamente l’astina superiore del galleggiante.

Acque torbide, presenza vento medio o forte: La lenza madre sarà costituita da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.18 lungo mezzo metro meno della lunghezza totale della canna. Alla lenza madre sarà infilato il galleggiante di peso variabile da 1.5 a 3.0 gr. La forma del galleggiante deve essere a goccia rovesciata oppure a pera (vedi schema). La lenza madre terminarà con una piccola asola a cui legheremo poi il finale. Questo è costituito da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.14/0.16 lungo circa 60 cm. Piegando in due questo spezzone, cercheremo di ottenere due braccioli di misura diversa, diciamo uno di circa 15 cm e l’altro di 35 cm facendo in questo punto una piccola asola che infileremo nell’asola della lenza madre. Facciamo passare adesso i due braccioli nella loro asola, bagniamo con la saliva e tiriamo fino a far chiudere la seconda asola sulla prima. A questo punto possiamo legare gli ami. Essi saranno di misura variabile a seconda dell’esca impiegata. In questo caso:
– Polpa di sarda: primo e secondo amo n. 12 gambo dritto, lunghezza normale, a curva larga
– Pasta: primo e secondo amo n. 10 gambo dritto, lunghezza normale o a gambo corto, a curva stretta
Ora possiamo equilibrare il galleggiante, utilizzando pallini spaccati del 6 (0.12 gr) distanziati di circa 10 cm e partendo dall’asola della lenza madre. Pescando con la pasta, dovremo lasciare il galleggiante più leggero, per compensare il peso dell’esca. La taratura sarà fatta montando prima quattro pallini, innescando gli ami e rifinendo con altri pallini, in modo che dalla superficie esca solamente l’astina superiore del galleggiante. Se fosse presente un’increspatura consistente, tale da rendere poco visibile l’astina del galleggiante, può essere utile utilizzare un galleggiante, sempre della stessa forma di quelli già descritti, ma del tipo porta starlite, lasciando però l’astina in dotazione, di solito arancione fluorescente e quindi ben visibile.

Montature per bolognese
La bolognese prevede gli stessi terminali della fissa se viene usata come tale, cioè senza effettuare un lancio vero e proprio. Se al contrario, si deve raggiungere una distanza maggiore è necessario usare montature diverse, con galleggianti un po’ più pesanti e visibili a distanza. Esiste infine, una terza serie di montature che prevede l’uso del galleggiante scorrevole e permette di pescare anche alle profondità elevate tipiche delle banchine dei porti.

Acque chiare, senza vento: La lenza madre sarà formata da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.14 lungo da 2 a 4 metri, a seconda del fondale e della lunghezza della canna. Ad un estremo della lenza pratichiamo una piccola asola che andrà infilata nella girella del filo di bobina del mulinello. Alla lenza madre sarà infilato il galleggiante di peso variabile da 2.0 a 5.0 gr. La forma del galleggiante deve essere a pera, oppure a fuso (vedi schema). La lenza madre terminerà con una piccola asola a cui legheremo poi il finale. Questo è costituito da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.12 lungo circa 90 cm. Piegando in due questo spezzone, cercheremo di ottenere due braccioli di misura diversa, diciamo uno di circa 30 cm. e l’altro di 50 cm facendo in questo punto una piccola asola che infileremo nell’asola della lenza madre. Facciamo passare adesso i due braccioli nella loro asola, bagniamo con la saliva e tiriamo fino a far chiudere la seconda asola sulla prima. A questo punto possiamo legare gli ami. Essi saranno di misura variabile a seconda dell’esca impiegata. In questo caso:
– Polpa di sarda: primo amo n. 16 gambo dritto, lunghezza normale o a gambo lungo, a curva larga mentre il secondo sarà un n. 14 con le stesse caratteristiche
– Pasta: primo amo n. 14 gambo dritto, lunghezza normale o a gambo corto, a curva stretta mentre il secondo sarà un n. 12 con le stesse caratteristiche
Ora possiamo equilibrare il galleggiante, utilizzando pallini spaccati del n. 1 (0.28 gr), due raggruppati sopra l’asola dei braccioli e gli altri distanziati di circa 15 cm e partendo da sopra i primi. Pescando con la pasta, dovremo lasciare il galleggiante più leggero, per compensare il peso dell’esca. La taratura sarà fatta montando prima quattro pallini, innescando gli ami e rifinendo con altri pallini, in modo che dalla superficie esca solamente l’astina superiore del galleggiante. Se fosse presente un’increaspatura consistente, tale da rendere poco visibile l’astina del galleggiante, può essere utile utilizzare un galleggiante, sempre della stessa forma di quelli già descritti, ma del tipo porta starlite, lasciando però l’astina in dotazione, di solito arancione fluorescente e quindi ben visibile.

Acque torbide, presenza vento medio o forte: La lenza madre sarà formata da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.14 lungo da 2 a 4 metri, a seconda del fondale e della lunghezza della canna. Ad un estremo della lenza pratichiamo una piccola asola che andrà infilata nella girella del filo di bobina del mulinello. Alla lenza madre sarà infilato il galleggiante di peso variabile da 3.0 a 6.0 gr. La forma del galleggiante deve essere molto affusolata, oppure a uovo (vedi schema). Una buona alternativa è anche costituita dai galleggianti a penna (di pavone o istrice) o quelli per la pesca all’inglese. La lenza madre terminarà con una piccola asola a cui legheremo poi il finale. Questo è costituito da uno spezzone di monofilo super dello Ø 0.12 lungo circa 70 cm. Piegando in due questo spezzone, cercheremo di ottenere due braccioli di misura diversa, diciamo uno di circa 20 cm e l’altro di 40 cm facendo in questo punto una piccola asola che infileremo nell’asola della lenza madre. Facciamo passare adesso i due braccioli nella loro asola, bagniamo con la saliva e tiriamo fino a far chiudere la seconda asola sulla prima. A questo punto possiamo legare gli ami. Essi saranno di misura variabile a seconda dell’esca impiegata. In questo caso:
– Polpa di sarda: primo amo n. 16 gambo dritto, lunghezza normale o a gambo lungo, a curva larga mentre il secondo sarà un n. 14 con le stesse caratteristiche
– Pasta: primo amo n. 14 gambo dritto, lunghezza normale o a gambo corto, a curva stretta mentre il secondo sarà un n. 12 con le stesse caratteristiche
Ora possiamo equilibrare il galleggiante, utilizzando pallini spaccati del 1 (0.28 gr), due o tre raggruppati sopra l’asola dei braccioli e gli altri distanziati di circa 15 cm e partendo da sopra i primi. Pescando con la pasta, dovremo lasciare il galleggiante più leggero, per compensare il peso dell’esca. La taratura sarà fatta montando prima quattro pallini, innescando gli ami e rifinendo con altri pallini, in modo che dalla superficie esca solamente l’astina superiore del galleggiante. Se fosse presente un’increaspatura consistente, tale da rendere poco visibile l’astina del galleggiante, può essere utile utilizzare un galleggiante, sempre della stessa forma di quelli già descritti, ma del tipo porta starlite, lasciando però l’astina in dotazione, di solito arancione fluorescente e quindi ben visibile.