La pesca al Cefalo

Tra le prede più comuni sulle coste italiane, il cefalo è quello che maggiormente viene insidiato dai pescasportivi con diverse tecniche, più o meno sofisticate, che variano a seconda della morfologia del luogo di pesca e dell'ora del giorno in cui si pesca. Il cefalo, più di altre prede, permette al pescasportivo di mettere in pratica tecniche selettive e se si pescano cefali, difficilmente altre prede entreranno nel retino. Questo avviene perché il cefalo ha un modo particolarissimo di mangiare l'esca e i gusti in fatto di alimentazione fanno spesso preferire l'impiego di esche che attraggono meno gli altri pinnuti. Per questa ragione, alcuni pescasportivi, si sono specializzati in questo tipo di pesca, arrivando a perfezionare al massimo le loro tecniche e raggiungendo risultati difficilmente eguagliabili, pescando "sventole" di qualche chilogrammo. Il cefalo o muggine, popola tutte le coste italiane ed è il re delle acque portuali. Amante dell'acqua dolce, risale i corsi d'acqua per parecchi chilometri e popola facilmente anche i laghi salmastri in prossimità delle coste. Quindi trovarlo non è assolutamente un problema, anche se, al contrario, non è altrettanto facile catturarlo! Di solito, ad abboccare alle nostre esche sarà il cefalo dorato ( Mugil auratus), soprattutto pescando dalle coste rocciose con qualche incursione di branchi di cefalo verzelata (Mugil saliens ) che raggiunge dimensioni minori ma è molto più aggressivo e vitale e avere in canna un esemplare di verzelata anche di appena 15 cm, ci farà divertire per la sua resistenza e per i suoi salti fuori dall'acqua che metteranno a dura prova l'attrezzatura!
Un esemplare di cefalo Bosega appena allamato. Il Cefalo dorato ha carni discrete, soprattutto se cucinato freschissimo, in quanto frequenta abitualmente acque fresche e scogliere sommerse. Raggiunge comunemente dimensioni sul chilogrammo di peso, con qualche "bestione" di due chilogrammi che di tanto in tanto allieta il cestino di chi ha avuto il suo giorno fortunato concomitante con il giorno dedicato alla pesca! Pescando nelle acque portuali, la preda più probabile sarà senz'altro il Cefalo Bosega (Mugil chelo), incontrastato abitatore di questi luoghi, in quanto è la specie meno sensibile all'acqua ferma ed è molto tollerante all'inquinamento marino e non è difficile trovarlo anche nei grandi porti commerciali, a far compagnia ai ghiozzi e alle bavose. In questi ambienti può raggiungere dimensioni raguardevoli e si ha notizia di "mostri" di quasi 5 chilogrammi! In tutti i casi, lo ricordiamo per chi si volesse dedicare alla cattura del cefalo, che la misura minima prevista dalla legge è di 20 cm., quindi le prede allamate di misura inferiore devono essere rimesse in acqua.

ATTREZZATURA

Per la pesca al cefalo è necessario disporre di due tipi di attrezzature: una per la pesca in acque portuali e l'altra per la pesca dalle coste rocciose basse. In questo articolo, esamineremo le diverse tecniche che prevedono l'uso della bolognese e di canne da punta, tralasciando per ora altre tecniche come, ad es. l'inglese, spinning in foce, ecc. e concentrandoci su questi sistemi più tradizionali ma, a mio parere, più fruttuosi.

Attrezzatura per la Pesca in Porto

Nelle acque quasi ferme del porto le tecniche con il galleggiante danno i migliori risultati e pertanto utilizzeremo preferibilmente canne da punta di diversa misura, partendo dai 3 mt. fino ad arrivare ai "cannoni" da 8 mt. Addirittura qualcuno ha iniziato ad impiegare la "roubasienne", in modo da poter svolgere l'azione di pesca ad una distanza ancora maggiore e poter contare su l'azione ammortizzante dell'elastico dell'attrezzo nel momento di salpare il pesce. Le canne in carbonio offrono quelle caratteristiche di leggerezza e di elasticità indispensabili con questa preda e l'oramai costo abbordabile, le rendono consigliabili anche ai non agonisti. E' consigliabile dotare gli apicali delle canne di un particolare attacco della lenza, autocostruito, che renda più elastico e meno soggetto a rotture in questo punto critico dell'attrezzatura. Per costruirlo è necessario uno spezzone di dacron o di cordino di nailon (tipo quello utilizzato dai pescatori professionisti come trave dei palamiti) lungo 7/10 cm. Il diametro deve essere sufficiente per passare attraverso l'anellino metallico presente sull'apicale della canna. Quindi si faranno due nodi semplici alle due estremità in modo che il cordino non possa uscire dall'anellino metallico e legheremo la lenza madre in questo spazio tra i due nodi. Il vantaggio principale è quello di non vedere la lenza spezzarsi nella ferrata o peggio, quando stiamo lavorando il pesce, in quanto l'elasticità del cordino ammortizzerà buona parte degli strappi. Come monofili, utilizzeremo lenze di tipo super con diametro dallo Ø 0.10 allo Ø 0.25, scegliendo colorazioni neutre che siano il più possibile invisibili in acqua. Questo perché molte volte, i pesci sono talmente sospettosi che nemmeno si avvicinano all'esca se solo si accorgono di qualcosa di strano e poter contare su un filo quasi invisibile ci potrà sicuramente far fare più catture. L'argomento galleggiante è sicuramente il più complesso: la sua forma, il peso, il colore possono penalizzare anche pesantemente la nostra battuta di pesca ed averne una buona varietà ci permetterà di poterlo sostituire con facilità alla ricerca del tipo migliore in quel particolare momento. Sono comunque da preferire tipi in balsa, a fuso, a pera, a palla, a uovo e a quant'altro le case costruttrici riescono a concepire! Come grammature, esse partiranno dallo 0.5 gr. fino agli 8/9, per i casi in cui le acque sono in movimento o in presenza di vento sostenuto. Sono preferibili quelli con aste fluorescenti e non molto sottili, in modo che siano ben visibili anche a distanza. Per tarare i galleggianti useremo pallini/olivette spaccati assortiti, oppure tourpilles di peso adatto. Nello spazio dedicato alle tecniche specifiche vedremo come è meglio piombare la lenza. Per gli ami, ricorreremo a modelli dritti, a gambo normale, cromati o smaltati in blu o nero, dal n. 18 al n. 8. Essi saranno impiegati diversamente, in base all'esca utilizzata e alla stazza delle prede. Completano l'attrezzatura un guadino a bocca larga, telescopico, una nassa per mantenere vivo il pescato, una vaschetta per la pastura e gli altri accessori tipici del pescasportivo.

Attrezzatura per la pesca dalle coste rocciose

Per la pesca dalle coste rocciose basse, utilizzeremo un'attrezzatura un po' diversa: le canne da punta utilizzabili si riducono a quelle dai 6 agli 8 mt., mentre è utilissima una bolognese sui 4/5 mt., sempre ad azione spiccatamente di punta, abbinata ad un mulinello bilanciato, con una buona frizione micrometrica capace di tenere testa anche a prede importanti. Esso sarà caricato in bobina con un buon monofilo super dello Ø 0.20. Alla fine della lenza madre monteremo una girella con moschettone brunita della misura più piccola che riusciamo a trovare (ad. es. del n. 18/20), a cui verrà legato il finale. Oltre ai galleggianti già visti, in questo ambiente possono tornare utili anche modelli in sughero a palla o a pera, anche da 10/15 gr. e alcuni modelli piombati utili per la pesca a galla. Gli ami da utilizzare rimangono gli stessi della pesca in porto, limitatamente alle misure dal n. 12 al n. 8 perché, utilizzando misure più piccole significherebbe portare su tanta di quella minutaglia da toglierci la voglia di pescare! Anche dalle coste rocciose torna utile un guadino ed una fionda da bigattini che può facilitare l'azione di brumeggio.



Le Esche

Le esche più usate per la pesca al Cefalo: il Pane e la polpa di sarda
Il Cefalo si nutre principalmente di alghe, piccoli vermi e crostacei che mangia brucando sul fondo roccioso o sabbioso. Nelle acque portuali invece, mangia di tutto: pesci morti, pane, materiale organico in decomposizione che, dispiace dirlo, fa assumere alle sue carni un sapore disgustoso rendendole non commestibili. I pescasportivi insidiano il cefalo principalmente con due esche: la pasta di pane più o meno aromatizzata e con la polpa di sarda. In alcune regioni vengono impiegate con successo (almeno così dicono), altre esche come la tremolina e l'arenicola e, udite udite, la polpa del mitilo (comunemente conosciuta col nome di cozza). Devo dire che dalle nostre parti (la Puglia), tutti i tentativi fatti con la tremolina ci hanno fatto prendere di tutto tranne che i cefali e noi con le cozze tentiamo specie ben più blasonate (leggi sarago e orata). Innescare con la polpa di sarda può essere consigliabile a fine estate e in autunno, quando l'alta temperatura dell'acqua diffonde meglio gli oli odorosi della sarda che attraggono in maniera irresistibile il cefalo. Di contro, la sua scarsa consistenza la rendono poco adatta con mare molto mosso o con branchi di minutaglia che ripulirebbero gli ami prima che sia raggiunta la profondità di pesca. È anche da consigliare nella pesca a galla, dato che con la sua leggerezza e odorosità lavora meglio anche del fiocchetto di pane. Per pescare con la polpa di sarda, dobbiamo procurarci delle sarde non molto piccole, freschissime. Per utilizzarla, dobbiamo sfilettare le sarde con un coltello bel affilato, in modo da ricavare due filetti di polpa, eliminando la parte rossa del ventre; poi incideremo nel senso della lunghezza il filetto e poi con tagli verticali, ricaveremo tanti cubetti di polpa di sarda per l'innesco degli ami. Ricordiamo di regolare la grandezza dei cubetti in modo che siano adeguati alla misura dell'amo scelto (di solito tra il 12 e il 18) cercando, nell'innesco, di non stringere troppo la polpa tra le dita per non schiacciarla e renderla meno consistente. Con gli scarti dell'operazione (testa, lisca, interiora), conviene pasturare, sminuzzando il tutto e buttandolo in acqua da solo oppure con del pane ammollato.
Un bel cefalo catturato con la pasta La pasta di pane è invece l'esca ideale per il cefalo: può essere confezionata con poche lire, può avere diversa consistenza a seconda delle necessità e, vantaggio non indifferente, ha uno spiccato potere attirante che a volte ci evita anche di dover pasturare. Inoltre, può essere aromatizzata a piacere con diversi componenti aggiuntivi come il formaggio, la pasta di acciughe oppure sfarinati vari. Conviene preparla al momento, con pane da tramezzini, pancarré oppure con panini all'olio privati della scorza. Poi si immerge il pane in acqua di mare per qualche secondo e si strizza, prima con le mani e poi stringendo il pane con uno strofinaccio. In questa fase bisogna fare attenzione a non stringere eccessivamente perchè se il pane è troppo asciutto, avremo una pasta troppo consistente e quando sarà in acqua non formerà una nuvola bianca odorosa che così tanto piace al cefalo. Se, al contrario, striggiamo poco, avremo una pasta troppo morbida che non terrà a sufficienza sull'amo e i cefali la mangeranno senza che il galleggiante sia sia mosso di un millimetro. La consistenza giusta della pasta stà nel mezzo: non troppo morbida, non troppo dura. Và da sé che con acque particolarmente mosse è meglio avere una pasta leggermente più dura, in modo da resistere meglio sull'amo. Conviene cominciare a pescare con la pasta semplice e aromatizzarla in un secondo tempo, se i cefali non si fanno sentire. Impiegando la pasta, possiamo utilizzare piccole palline della stessa anche come pastura per attirare i pesci a tiro di canna, lasciando ai residui dell'innesco e alla nuvola lasciata dalla pasta il compito di mantenerli radunati davanti a noi. Eviteremo così di attirare troppa minutaglia con pasturazioni eccessive che complicano sempre la vita del pescatore di cefali.



FINE PRIMA PARTE

LEGGI LA SECONDA PARTE


TORNA INDIETRO   

© Pescare.net - 2000 - Riproduzione vietata.