Aragosta


(Palinurus vulgaris)

Caratteristiche
Può raggiungere i cinquanta centimetri di lunghezza e i sei chilogrammi di peso. Viene anche chiamata Arigusta o Aligusta. Il corpo è completamente rivestito da una spessa corazza che, sull’addome, si divide in segmenti collegati da una robusta guaina cartilaginea. Ha due lunghissime antenne e le zampe dotate di acuminati unghioni. Il dorso e la base delle antenne sono disseminate di spine, gli occhi sono posti alla sommità di peduncoli mobili. La coda si apre a ventaglio per permettere il nuoto in acque libere, che avviene a ritroso, come i gamberi. Il suo colore è rosso soltanto quando è cotta. Quando invece è viva e vegeta ed è nel suo ambiente naturale è quasi viola, con frequenti macchie bianche e gialle.
Nonostante l’aspetto terribile, l’Aragosta è un animale tranquillo, che passa le sue giornate affacciata alla finestra di casa guardandosi intorno e contando e ricontando incessantemente tutti i cornini e le protuberanze mobili che può muovere. L’Aragosta, infatti, è in perenne movimento e non capiterà mai al subacqueo di vederla assolutamente immobile. L’apparato boccale è tipicamente masticatore e consta di un paio di mandibole e di due paia di mascelle che, muovendosi anche loro, contribuiscano a dare l’impressione di trovarsi di fronte all’incarnazione vivente del moto perpetuo. Non si conoscono con certezza organi uditivi, ma probabilmente l’Aragosta li ha e anche ben sviluppati. Infatti, essa ha la possibilità di produrre suoni, distinguibili anche da un orecchio umano, sfregando l’uno contro l’altro alcuni suoi peduncoli. Se si ha qualche dubbio sull’udito, non altrettanto si può dire per l’olfatto, che è assai ben sviluppato. Basta mettere un po’ di cibo nelle vicinanze di un’Aragosta per accorgersene: occhi, zampe e zambette cominceranno a muoversi in maniera più frenetica, denunciando, senza possibilità di errore, che l’animale ha fiutato la tavola imbandita e che pertanto non sta più nella pelle per iniziare il pranzo appena servito. Pranzo che, per piacerle veramente, deve essere a base di echinodermi e di lamellibranchi, specialmente di ricci e di molluschi con la conchiglia bivale, come le ostriche e le cozze. Intorno alla bocca e su tutta la superficie delle antenne, l’Aragosta ha sottili appendici peliformi: sono gli organi del tatto, molto sensibili.
In primavera le femmine emettono numerosissime uova di colore rosa, che tengono con sé, ben protette sotto l’addome, fino al momento della schiusa che avviene all’inizio dell’inverno. La larva dell’Aragosta si chiama fillosoma, ha un corpo depresso, trasparente, occhi peduncolari e arti lunghi e sottili. Fa vita plantonica e, prima di raggiungere la maturità, deve passare attraverso vari stadi. È stato calcolato che un esemplare di medie dimensioni può produrre ogni volta circa centocinquanta uova, delle quali, però, ben poche riusciranno ad arrivare alla fine del ciclo della vita, che dovrebbe esaurirsi in una ventina d’anni circa. La sopravvivenza di una piccola Aragosta è infatti molto problematica: i pesci pelagici prima e quelli di fondo poi ne fanno ghiottissime scorpacciate, approfittando del fatto che il neonato è praticamente indifeso e in balia delle correnti.
L’Aragosta, come tutti i crostacei, fa la muta e cioè cambia la sua corazza, pezzo per pezzo, man mano che cresce. Questo le permette di aumentare il peso da quando nasce a quando muore, anche se ciò le procura diverse preoccupazioni. La corazza nuova, infatti, ha bisogno di qualche giorno per indurirsi, esponendo l’animale agli attacchi dei nemici.

Dove vive
L’Aragosta vive dai quindici ai centocinquanta metri di profondità. Predilige i fondali rocciosi e algosi, dove trova riparo. È diffusa sia in Atlantico, sia in Mediterraneo, dove è più frequente nelle isole. A volte, il subacqueo la può incontrare anche in bassi fondali, intorno ai dieci metri di profondità, dove l’acqua è trasparente e calda. Capita soprattutto in agosto, ma l’eventualità è sempre più rara, sia a causa del dilagante inquinamento, sia a causa del rumore che affligge ormai i nostri litorali. L’Aragosta è abituata ai grandi silenzi, alla pace delle profondità abissali e mal si adatta al caos della superficie. Quando la si incontra in acque relativamente basse, ai piedi di una scogliera o sotto un lastrone appoggiato sul fondo, è quasi sempre sola. Che cosa l’abbia spinta a lasciare le sue magiche profondità non si sa. È difficile, comunque, che l’Aragosta sia sorpresa a nuotare in acque libere, con quella sua caratteristica andatura all’indietro. Di solito la si avvista casualmente, esplorando la scogliera in cerca di altre prede o di altri obiettivi. A tradirla sono sempre le sue smisurate antenne, che escono dal buco o dalla fessura in cui si è riparata.
Generalmente l’Aragosta è molto difficile nella scelta della sua casa, che desidera praticamente su misura. Nel senso che ci deve stare appena appena. L’ideale, per lei, è un buchetto di un paio di centimetri più largo del suo corpo, in modo che, in caso di pericolo, vi si possa incastrare dentro raggomitolandosi su se stessa. L’Aragosta è capace di diventare una palla e, tramite i suoi aculei, di aderire perfettamente alle pareti di roccia, opponendo una resistenza straordinaria a chiunque tenti di estrarla dal suo bunker. Come è solitaria e diffidente quando se ne va a spasso in acque costiere, così ama la compagnia ed è più rilassata quando si trova immersa nel blu della profondità, dove i raggi del sole arrivano a fatica. In questi casi l’Aragosta vive in tribù di dieci, venti o anche più individui, tutti, però, con la loro tana personale. Come se si trattasse di tante stanze di un unico palazzo. Il luogo più adatto per consentire a una comunità di Aragoste di stabilirsi è la caduta di una parete di roccia sulla sabbia. Dove il sasso lascia una cavità che può essere più o meno grande, secondo le circostanze. E la cavità, a sua volta, può essere tutta bucherellata da fori ciechi, senza sbocco. Ecco, questa potrebbe essere la residenza ideale, specialmente se la zona è percorsa da una moderata corrente in grado di garantire un buon ricambio dell’acqua pure all’interno della grotta. In profondità, non è nemmeno difficile incontrare una famigliola di Aragoste in viaggio di trasferimento da un sasso all’altro. Allora le si può vedere nuotare a ritroso con l’aiuto della coda, una in fila all’altra, lentamente e ordinatamente, trascinandosi dietro le lunghe antenne. La loro lentezza non deve trarre in inganno, perché, in caso di bisogno, l’Aragosta è capace di sviluppare una notevole velocità.
Nemico naturale dell’Aragosta è il Polpo, che la sorprende mimetizzandosi sul fondo e la immobilizza con l’abbraccio poco affettuoso dei suoi tentacoli. Una volta bloccata, l’Aragosta non può più opporre resistenza e rimane a disposizione del suo aggressore che, con il rostro, si aprirà un varco nella corazza succhiando l’animale e lasciando integro l’involucro.

Tecniche di pesca
Dalla barca e subacquea.

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